THE SMITHS | Last Night I Dreamt that Somebody Loved Me

“Questa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Ma è solo un altro falso allarme”
Già può bastare, vero?
Questi sono The Smiths. E se “Isotope” dei Savoy è il sindaco del paese dalle canzoni strazianti,   per “Last night…” è solo questione di tempo, certo lo diventerà alla fine del mandato.

Mi rendo conto: i brani che amo concorrono tutti per il premio di canzone più triste del sistema solare e, non essendo io propriamente uno che si ‘spassa’ la vita tra viaggi e cocktail – quindi senza bisogno di botte di normalità – comprendo il perchè della seconda domanda che spesso mi viene posta quando ascolto ‘le mie cose in casa’ (la prima è “potresti abbassare?” un trabocchetto che significa “dovresti spegnere” e non ammette che una sola risposta) che è questa:  perchè intristirsi per forza?

Non posso farci nulla, questo sono io. E se un giorno dovessi mai recensire la “Cucaracha” vi prego di porre fine alla mia esistenza, senza esitazione. A meno che non sia quella nel cartone di speedy gonzales, dove c’è il cugino di Speedy che va come un bradipo, e canta una versione funerea della “cucaracha” che mi ha sempre fatto impazzire, credo da quando avevo sei anni.

L’uso strategico dei minori è una scelta, quella di fare musica tendenzialmente triste (o, nei migliori casi, meditabonda). Dettaglio musicalmente insignificante per alcuni, strazio insopportabile e insostenibile per altri (di cui portabandiera è l’esile creatura con cui da anni mi accompagno). Nel mio caso invece affila la lama che punta dritto al cuore e…adoro quando capita (masochismo).

Veniamo al cuore del post.
Last night I dreamt that somebody loved me”, oltre a candidarsi per il titolo più lungo anche di quella canzone di Celentano che ha tutto l’alfabeto dentro, ma meno di altri degli stessi Smiths (le dimensioni non contano, si dice, evidentemente loro erano convinti sostenitori del contrario), è una di quelle canzoni che mi piace cantare in auto, nella mia testa, nei miei sogni di rockstar, ai karaoke a cui non sono mai andato.
Si tratta dell’ultimo singolo – uscito dopo l’annuncio dello scioglimento – di questa band inglese fuori norma, che in soli cinque anni (1982-1987) ha lasciato un segno indelebile nella scena musicale internazionale.
Come gruppo non li ho ancora capiti e nemmeno apprezzati completamente, lo ammetto e mi riprometto sempre di ritornarci su, ma questa mi piace un sacco (certo non l’avevate sospettato, ma è colpa mia che trattengo sempre le mie emozioni) e certo più della mia opinione vale quella degli autori Morrissey e Johnny Marr, che l’hanno definita la loro composizione migliore (prima di litigare e sciogliere il gruppo, si sono ormai querelati un miliardo di volte, da anni si parlano tramite avvocati).

In realtà il pezzo dal punto di vista dell’esecuzione non è che abbia in serbo chissà quali meraviglie:  nessuna sequenza assurda di accordi e, a prima vista, anche troppo lineare nei testi e nei suoni. E ripetitiva, perchè nei primi 15 secondi si esauriscono tutte le novità e si arriva subito al punto; il resto sarà una variazione molto misurata sul modulo iniziale, che funge da strofa e inciso insieme (non so dire quale delle due sia veramente: è una canzone senza strofa o senza ritornello??).
Ma, naturalmente, c’è il trucco!
L’anima del brano sta nella progressione – secondo il  modulo “Obliquo A” – di 5 accordi, il cui killer affilatore di coltello è il terzo, sparato durante una pausa del cantato (per i più interessati seduti in prima fila, è tra “dreamt” e “that somebody”, proprio quando vi scende la lacrimina), che verrà ripetuta tel quel per tutta la durata del pezzo.
Mi pare già di sentire qualcuno “Uh, che barba e che noia, tutta uguale. Una noia mortale che mi taglierei le vene”. Ecco, meglio così, fallo tu o dammi il tuo indirizzo.

TUTT’ALTRO! E’ un piccolo miracolo di sintesi sottrattiva (e ripetitiva) che funziona, funziona da dio e fa il paio con il testo: un unico concetto – e di una sfiga siderale – espresso in tre versi, così poca roba che pare buttata lì di fretta, tanto breve che probabilmente ci sta tutto in un post-it.

Ma, fingiamoci per una volta raffinati: mica prendiamo tutto a peso: non siamo al tavolo di una becera trattoria dove l’unico plus è che ‘si paga poco e si mangia tanto’. Qui, pochi ingredienti, di qualità, sapientemente dosati.
Il testo non è la rivelazione di alcunché ma è a suo modo perfetto anche se, nonostante detta in inglese ogni cosa sia più figa ed elegante, è la vecchia storia dello sviscerare un singolo fatto per mille volte, tipica di chi è in una situazione da cui non riesce ad uscire: l’amico/a mollato che ripercorre continuamente gli eventi antecedenti alla rottura, sempre quelli, con quei microscopici dettagli insignificanti e ininfluenti che salgono invece a prove inconfutabili di…qualcosa (anzi, nulla).
Eccallà la riabilitazione di un testo ‘fondamentale’ che avreste invece ignorato rimanendo confinati tra le brutte persone che pensano brutte cose (e in uno slancio di autostima mi faccio la ola da solo per l’astuta argomentazione, degna di un principe del foro. Chissà dove sarei se riuscissi a fare lo stesso per cose davvero importanti…..).

Uno dei migliori pezzi del decennio (e anche dei primi anni di quello successivo).

Naturalmente (ma viva le eccezioni eh eh) nella musica come in altre cose tutto è soggettivo, ma una delle ragioni per cui io e Valeria abbiamo deciso di aprire questo blog è offrire il nostro apporto salvifico a tanti, a tutti, portando avanti le nostre opinioni come una bandiera ostentando sicumera, divertendoci a  dare le tavole. Destra o sinistra. Bianco o nero. Dopo tutto il blog è un po’ come avere un microfono sempre acceso, e dallo speech corner di Hyde Park o dalla prima pagina del Corriere della Sera si deve con forza sostenere una tesi. Per i timidi dubbi ci sono sempre le rubriche della posta dei settimanali. (Esagerati? Sì, tantissimo, o no per niente – questo per fare un esempio -).

E così promettiamo di fare sempre, anche una volta che avremo ottenuto il premio Nobel.
Perchè, Nobel o no (e invece sì) scrivere su ‘solo frammenti’ è un’opportunità di fermarci a pensare alle cose che amiamo e animare così le nostre vite sempre uguali appiattite dalla quotidianità (ma qui dovrei parlare solo per me, Valeria credo andrà al cineforum stasera).

Per cui, ascoltate il frammento, poi il pezzo completo, FATEVELO PIACERE perché non c’è felicità senza aver conosciuto la tristezza….in fin dei conti vi offro una possibilità in più per essere consapevolmente felici, vi pare poco?
E voi, cosa fate per me?

Voto: 5 stelle

Il frammento

Il link al brano completo

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4 risposte a “THE SMITHS | Last Night I Dreamt that Somebody Loved Me

  1. Pingback: UNBELIEVABLE TRUTH | A Name | Solo Frammenti

  2. Alessandro, che potessi rimanè accecata se ieri sera alle 20.40 non stavo ascoltando Please please please let me me get what I want (la lunghezza del titolo lascia intendere chi siano gli autori :-)) decidendo se recensirla o meno. Mi fa quasi paura vedere come continuiamo a vincere (alternativamente) di un’incollatura ogni volta. La canzone mi piace, anch’io adoro straziarmi le carni e lo spirito con le canzoni TRISTI, provocandomi uno stato d’animo da cui non posso che essere riscossa solo a botte di CARICA … LIBERA! (da qui le derive metal e hard rock). La canzone è BELLA, talmente triste che potrebbe essere dei Savoy a ben guardare… Ho individuato l’accordo affilatore di coltelli, ed è vero, è arrivato proprio mentre mi stava scendendo la lacrimina. Come tu sai, sarebbe scesa comunque, figuriamoci in questi giorni (Valeria, l’unica vera arma contro la siccità!) e … sei proprio sicuro che non potevi frammentare altro, sapendo che io ho l’obbligo morale (se non contrattuale) di venire a leggerti? Io (forse) gli Smiths li conosco un po’ più di te, mi piacciono proprio perchè così concentrati sulle sfighe quotidiane degli invisibili (come dire, sono i miei biografi ufficiali) ed è cmq vero che, a parità di contenuti, le cose dette in inglese sembrano sempre più eleganti. Però tu scrivi in italiano, e sei super cool ugualmente: ironico, elegante, preparato. Devo aver fatto la prima vera risata di questi ultimi giorni leggendo come la mia vita forse non è appiattita dalla quotidianità causa Cineforum… Dio, ti adoro! E cmq, ca va sand dire… stasera niente Cineforum. Cinque stelle alla canzone, ma soprattutto all’autore.

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