UNBELIEVABLE TRUTH | A Name

Grande scoperta! Il fratello minore di un depresso, facilmente sarà…depresso. Brutta e brutta cosa. Ereditaria.
Come lo so? HA! (risata – singola – di superiorità).

<Potrei>
[In questo blocco di testo, compresa questa frase,
potrei usare troppe volte la parola “potrei”.]

Potrei dire che lo so perchè ho studiato con i neuroscienziati della McGill University (gli stessi dell’articolo sui superpoteri delle canzoni di Adele che fanno piangere Tyson e le compagne del corso di ricamo) oppure perchè attento osservatore, colgo ogni sfumatura della società in cui vivo oppure ancora per l’ultimo saggio letto sull’argomento (regalato poi a un bimbo mio vicino di casa sempre solo perchè potesse usarlo come compagno sull’altalena).

Potrei. Anzi, magari potrei potessi.
Invece sono io, sempre uguale a me stesso,  grande sfoggio della superficialità più sbruffona esibita come conoscenza approfondita mentre, come gli anziani, registrato un unico piccolo particolare – magari casuale – nella galassia di un argomento, lo promuovo assioma e forte di questo, come Mosè do le tavole.

Il piccolo particolare a sostegno della tesi di questa puntata è l’intero del frammento, ovvero la canzone “A Name” degli Unbelievable Truth. Anzi il suo autore.

Potrei sbagliarmi (e invece no) affermando che siamo al massimo in sette a conoscere questi tizi, e di quei sette uno sono io, of course, e almeno cinque il cd l’hanno avuto da me.
Per cui, SETTIMO, magari hai anche un cognome: se ci sei, se non usi il cd degli “Unbelievable” appeso sul parabrezza come scudo per l’autovelox, fatti avanti, batti un colpo, conosciamoci, dì la tua.

Potrei anche farvi immaginare la mia vita densa di ere di relax in cui, quando non ascolto a riva il suono delle onde, passo il tempo ascoltando tonnellate Gigabyte di musica sdraiato al sole con un tamarindo ghiacciato, scenario rivelatore del “come si fa” a scovare questi artisti sconosciuti che talvolta vi propino.
Mi invidiereste una bella cifra e sarei un granfigo ai vostri occhi. Così io mi sentirei a mia volta un SuaMaestàImperialeGranFigo e questa roba innescherebbe un circolo virtuoso pazzesco che, sinceramente, non farebbe male a nessuno – o forse solo a voi – ma a me farebbe un gran bene! ([rec] Esperimento da tentare… [stop])

Potrei.

Ma oggi mi sento invece così figoperniente, incapace addirittura di tirarmela (“beh, ma fai a pari con le altre volte”) perciò confesserò. Che anche questa volta tutto partì con una recensione sì positiva del loro disco d’esordio, ma in cui non rimasi fulminato da nessun particolare musicale raccontato, bensì dalla frase “Andy, fratello di Thom Yorke dei Radiohead“. TA DAHH!

</Potrei> [fine del paragrafo potrei e, sì, conosco l’html]

Ecco quindi spiegato l’incipit – e il mio passato di neuroscienziato americano – con la vera VERITA’ sulla depressione come segno distintivo familiare.

I Radiohead e la loro musica: ho comprato TUTTI i loro dischi, li ho amati parecchio, e ancor più allora quando pensavo che OK Computer l’avrei ascoltato ogni giorno per sempre, ma non dimentico che tante volte la loro musica è un invito in più a spiccare un salto nel vuoto – dallo sgabello del bagno o dal 17° piano non importa, è solo una questione di essere al posto giusto nel momento giusto o viceversa – e che alcuni testi (canzone a caso “I Will“, non avrei voluto condividere l’appartamento con Yorke ai tempi della composizione di questo pezzo) vanno dall’agghiacciante all’effetto di una sola bomba H nell’ottimismo, quindi, ahilui,  senza goderceli appieno come vorrebbe l’autore, solo perchè grazie a Dio mi sono ancor oggi incomprensibili.

Il fratello minore Andy, che ipotizzo cresciuto tra le pareti nere della camera arredata dal fratello maggiore, ora autore e voce degli Unbelievable Truth, fatica una cifra pazzesca quindi a vedere il bicchiere mezzo pieno (si provò anche con un bicchiere piccolo) e anch’egli è orientato a diffondere il verbo così come l’ha imparato.
Ma siccome c’è un Dio da qualche parte, è certo più delicato e dimesso nelle sue esternazioni, tanto che le canzoni e gli scenari evocati sono più malinconici e tristi piuttosto che devastanti e agghiaccianti come gli affreschi day-after-qualcosa cantati dal fratello maggiore (è una buona notizia).
E l’album d’esordio “Almost Here” è veramente un piacevole ascolto: un disco compatto con brani con forti similitudini tra loro, ma eleganti e discreti (si tratta per lo più di ballate quasi acustiche) che per lungo tempo, e di nuovo ora che l’ho ripescato, è stato la colonna sonora per innumerevoli serate con amici (cena, conversazione – stesso discorso che feci qualche post addietro su SIA e gli Zero7).

Veniamo al brano in sè (una piccola premessa di 3000-4000 battute ci vuole sempre, ma noterete il mio impegno nell’essere più sintetico, nell’ottica di poter entrare nel gruppo degli autori di haiku): A Name è tratto dal secondo album Sorry Thank You ed è una canzone piccola e umile (e non allegra) che alle prime due note sai già che sei nel terreno di quelle che parlano di qualcosa che è finito o qualcuno che è morto o tutt’e due (e stai attento che facilmente uno dei due sei tu).
Aria di famiglia (o Aria di casa mia, se vi piacque – anzi fosse piaciuto –  Sammy Barbot)  è vero, ma – e qui vorrei esagerare ma non lo farò – è dolente e delicata ‘il giusto‘ e di una bellezza mostruosa e sconvolgente (che fatica, dover misurare le parole).

Il frammento è un signor frammento: nel senso che pur essendo la canzone bella tutta, e cattura fin dalle prime note di piano, è quel momento [punto di ascolto 00:29 “…crushed like a bug”], quell’accordo che io aspetto fin dal principio. Ogni volta. E per fortuna che c’è altrimenti non saprei darmi pace.

Cerco di spiegarmi meglio: avete presente la scala di do? do re mi fa sol la si……..e fermatevi qui!!!
Ecco, non è solo Roger Rabbit a non resistere, soffrendo per la sospensione innaturale: non finire la scala con il DO dà la stessa sensazione della bicicletta ferma con i piedi legati ai pedali, in bilico e comunque alla ricerca di un salvifico ‘semaforo’ a cui appoggiarsi.

“A Name” si poggia su questo giochino e lo fa da subito, a carte scoperte, lasciando in sospeso la prima parte della strofa e chiudendola al giro successivo. Per l’inciso è la stessa cosa. Attesa, premio, attesa, premio.
Ma nonostante io, che cerco ovunque la sorpresa, intuisca in anticipo dove andrà a parare, non m’importa, non ho scelta nè vorrei che ci fosse alternativa.
E va bene così, lascio che la canzone mi spinga tra una stofa e l’altra, lungo un percorso inesorabile ed efficace anche se nemmeno troppo elaborato rispetto ad altri casi più sadici, in cui per chiudere ‘la pratica del SI‘ aspetti la fine della canzone e quelli ti lasciano lì come un imbecille e neanche te la suonano (quelli sono tanti e tutti pressochè pregni di fighitudine, pulirei i loro bagni una volta alla settimana agosto compreso solo nella speranza di essere salutato).
Di questa categoria di semi-dei delle sette note sbilenche dal bagno sempre lindo ho già scritto un paio di haiku rilegati a brossura vaneggiando sui moduli Obliquo A e Obliquo B nelle canzoni dei SAVOY , ma anche sulle sbandate in minore senza ESP degli Smiths).

Per una volta, quindi, un elogio alla semplicità non scontata degli “Unbelievable…”.
E’ pur vero che molta della simpatia che ho per questo gruppo è probabilmente collegata con la band del fratello, ma non nel senso in cui voi pettegoli sapientoni già avrete da ridire perchè parrebbe che dei radiohead abbia già citato troppo di tutto senza mai veramente recensire nulla, ma per la capacità di scrittura finto-semplice che il fratello grande, ahimè, ha perso da eoni (o, se preferite, da Hail to the Thief, almeno nella metà delle canzoni di esso) la cui punta massima di maestosa incomprensibilità per molte delle groupie della prima ora (come me) è stata raggiunta con l’ultimo album The King of Limbs, durante l’ascolto del quale mi domandai più volte se la musica dovesse essere sempre un piacere o no. La risposta fu “sì”, e così finì il mio periodo da groupie dei Radiohead.

Tornando sui binari del frammento, la canzone mi ricorda molto i Radiohead di fine anni 90, complice anche il timbro vocale veramente simile (che siano parenti?).
Tra l’altro, fresco di nozione sull’appoggiatura che tanto pare giovare ad Adele, ho notato che questa canzone è la conferma della teoria.
Praticamente siamo in un campo minato di appoggiature: due note, appoggiatura, altre due-tre note, appoggiatura: ogni finale di frase e di ritornello (…pain, …grave, …name, …done, …bug, li riconoscete perchè la voce mantiene la nota più a lungo) è caricato con quella notina piccola prima della nota ‘tenuta’, furbata che pare abbia scientifici effetti devastanti sulle nostre emozioni.

Beh, tantissimi hanno dissentito e ridicolizzato sia lo studio, i neuroscienziati  e le loro conclusioni…..ma….E ALLORA??? E’ un bieco stratagemma per far fuori le mie difese? MA CERTO!
E funziona da Dio, BRAVI, APPLAUSO, FAZZOLETTI!!! Ce ne fossero di più di queste canzoni che ti strappano il cuore dal petto! Ce ne fossero di finali (il bridge di pianoforte è simpatico ma nulla più) che riprendono la stessa melodia ripetuta fino all’esaurimento cambiando un accordo e tu (io, forse solo io) hai il brivido lungo la schiena come fosse la prima volta!!

E’ solo merito dell’appoggiatura? Forse no, probabilmente no, but who cares?
Viva l’appoggiatura! Appoggiatura for President!
Facciamo che ne diventino obbligatori l’insegnamento e l’uso almeno al primo anno di musica, così gli strazi dei primi esercizi dei bimbi con flauti e violini (entrambi armi non convenzionali di distruzione massiva) alle nostre orecchie arriveranno mitigati dall’uso (smodato, vi prego) dell’appoggiatura.
Si piangerà lo stesso, talvolta i brividi saranno quelli del gessetto sulla lavagna, ma almeno avremo il lumino di un’opzione in più e potremo magari chiederci dubitabondi “sono affranto perchè a ogni nota del flauto di quel tenero bimbo muore un panda*….o per l’effetto dell’appoggiatura”?

5stelle

Il frammento

Il link al brano completo

* un abbraccio a Geppy Cucciari a cui ho scippato la battuta sul panda.

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17 risposte a “UNBELIEVABLE TRUTH | A Name

  1. Posso?

    Anche io ..potrei pensare…anzi lo penso e forse lo so…che tutto nell’uomo e’ ereditario, sia pure solo come “predisposizione”. Non nego il “dipende da noi” ma credo di sapere che questa frase sia usata troppo spesso e con superficialita’..guai se dici “non ce l’ho fatta a…” ti si dice “dipendeva da te”. Il che’ in molti casi e’ vero, ma…si usi prudenza con una frase fatta cosi’ significativa che, proprio perche’ significativa si rischia di usarla con superficialita’ ed in maniera impropria. Non nego il “dipende da noi” ma fra le mille variabili e costanti della vita dell’uomo, il fattore ereditario, al pari di quello ambientale, e’ determinante e/o fortemente predisponente..e non si dica al timido: “e’ colpa tua” come spesso constato che…la gente ragiona (o non ragiona) cosi’, magari perche’ e’ facile tagliare corto e…non si sanno fare delle analisi. Ciao.

    Marghian

  2. Innanzitutto vorrei essere SETTIMO ed aver conosciuto prima di questo post gli Unbelievable Truth, giusto per sentirmi un po’ anche io un granfigo, ma purtroppo non è così.

    In secondo luogo vorrei a mia volta avere a disposizione ere di relax da poter trascorrere facendo le cose che amo, come ad esempio ascoltare gigabyte di musica (anche senza contorno di spiaggia, onde e tamarindi ghiacciati, sebbene certo non guasterebbero), ma anche in questo caso non è così (e la prova sta nel fatto che mi trovo a commentare il post con ben 4 giorni di ritardo).

    Infine vorrei avere il dono di saper esporre con stile e humour le mie tesi riuscendo a coinvolgere chi legge al punto da convincerlo ad ascoltare (leggere o guardare) cose che altrimenti gli sarebbero rimaste indifferenti.

    Insomma, riassumendo in un unico concetto, vorrei essere un po’ come Alex 🙂

    [almeno anche io conosco l’html]

    In realtà, leggendo il primo commento di Valeria a questo post (che sottoscrivo al 100% per quanto riguarda la prima parte), ho deciso che il motivo per cui mi piace tanto questo blog non è Alex, o almeno non solo.

    Il fatto è che, dopo alcuni mesi di frequentazione online, credo di aver capito una grande (quanto semplice) verità che andrò ora ad esporre:

    I post sono stupendi (spesso più che per il frammento di cui parlano, per il modo in cui lo fanno), sia quelli di Alex che quelli di Valeria.

    I frammenti musicali sono (quasi) sempre di mio gradimento, anche quando non li conoscevo prima della vostra analisi (per inciso, dopo un paio di ascolti, “A Name” non è ancora di una bellezza mostruosa e sconvolgente, ma le appoggiature cominciano a fare il loro effetto).

    Ma ciò che davvero rende grande “Solo Frammenti” e mi lascia in palpitante attesa di ogni vostro nuovo post (ok, sto volutamente esagerando, ma non poi così tanto) è lo scambio di commenti che fate seguire. Cioè la vera forza di questo blog è che siete in due a scrivere di OGNI frammento e nessun post avrebbe la stessa “bellezza” se mancassero le repliche dell’altro.

    Dopo aver riletto ciò che ho scritto fino ad ora, mi accorgo però che ancora non ho espresso il concetto principale che volevo far passare (dal che risulterà chiaro che anche il sottoscritto ha seri problemi con la sintesi), quindi ci riprovo:

    Valeria, animo dolente,
    non scorgo limiti.
    Grande!
    (17 sillabe)

    • Ovviamente conosco l’html, ma non avevo capito che wordpress si sarebbe mangiato i miei tag all’inizio del commento e a metà… dovevano essere
      <Vorrei> e </Vorrei>

    • Marco, ma io ti ado.
      Se la clonazione di Alex avrà successo, non vedo perchè non usarla anche su di te.
      Spero di uscire dal pantano esistenziale in cui mi si sono, per l’ennesima volta, sprofondate le scarpe e riuscire ancora a dire qualcosa… fosse solo per il piacere di fare piacere a te…
      See you

    • Marco, è sempre un piacere leggerti.
      In effetti, come dici tu, anch’io penso che il nostro blog, proprio perchè non è all’unisono, sia quantomeno intrigante come idea di base. Ed è questo che ci ha spinto a ‘metterlo in piedi’..ci divertiva l’idea del botta e risposta e, sono felice che ci sia un certo apprezzamento in questo ‘modulo’, finora non troppo diffuso.

      Sul tuo tag ‘scomparso’ VORREI (nel quale trovo la mia settimanale iniezione di autostima, grazie) non nascondo che io, più intensamente e seriamente di te, in questo periodo vorrei essere un’altra persona in un altro posto (mi piaceva molto quello del tamarindo ghiacciato e, ripensandoci solo ora, forse l’ho scritto proprio per questo). E non mi abbandona l’idea che “mi manchi proprio quel qualcosa (qualcuno no, per fortuna) che so che al momento non posso avere. E anche se non è così, è così che io mi sento”.

      Che il lunedì inizi, sarà una settimana di passione (no, non voglio aspirare a tanto nel mio scambio di persona, e poi a Pasqua mancano ancora settimane) 😉

  3. Carissimo!
    Purtroppo io non capisco granché di musica e di inglese per cui, notando delle riflessioni interessanti in questo post, ho pensato di mostrarlo ad un amico che se ne intende e mi accorgo che la mia intuizione non era sbagliata visto che questo mio carissimo amico mi scrive tra l’altro:

    ” Bello questo passaggio “Il frammento è un signor frammento: nel senso che pur essendo la canzone bella tutta, e cattura fin dalle prime note di piano, è quel momento [punto di ascolto 00:29 “…crushed like a bug”], quell’accordo che io aspetto fin dal principio. Ogni volta. E per fortuna che c’è altrimenti non saprei darmi pace.”

    “A volte mi chiedo cosa avrebbe fatto Gesù?” dice la canzone come se ci fosse sotto la domanda di una promessa mancata “Dov’è qui quello che desidero?” ancora la canzone ” Devo sapere, dobbiamo sapere un nome”, ma il nome è in quel frammento.

    Dice don Giussani parlando di Chopin “Infatti, il vero tema del pezzo non era la musica in primo piano, quella melodia immediata, tenera e suggestiva. Non era l’ascolto istintivo del pezzo che faceva emergere la sua verità: il suo significato vero era una cosa apparentemente monotona, tanto monotona da ridursi a una nota sola che si ripete continuamente, con qualche leggera variazione, dal principio alla fine. Ma quando un uomo s’accorge di questa nota, è come se il resto passasse ai margini, diventasse come la cornice di un quadro: il quadro è fatto tutto solo di questa nota che diventa come una fissazione, e l’io, dal principio alla fine, è come percosso continuamente da questo sentimento dominante.”

    Dice ancora il tuo amico Blogger ” Ma nonostante io, che cerco ovunque la sorpresa, intuisca in anticipo dove andrà a parare, non m’importa, non ho scelta nè vorrei che ci fosse alternativa. ” Che bello, l’avvenimento non come sorpresa ma come corrispondenza del tuo essere, come risposta alla tensione”

    Eh… mi piacerebbe avere la sensibilità di questo amico che sa apprezzare così bene quello che io avevo solo confusamente intuito! E desideravo farti leggere le sue parole!
    Ciao!

    • Ti ringrazio, davvero, per l’interesse sulle piccole ‘cosine’ raccontate nel pezzo degli ‘unbelievable’. È sempre confortante ricevere feedback, ancora meglio se così gratificanti come il tuo/vostro.
      Torna a trovarci!
      A.

  4. Allora, eccomi al commento “tecnico”. Ho ascoltato molte volte la canzone, e posso dire che è … carina. Niente colpo di fulmine, niente inclusione in nessuna delle mie Top classifiche, nemmeno nella Top 50. Rifletto con stupore sulla stranezza del rapporto di stima e apprezzamento profondo che mi lega ad Alessandro: adoro (non ha senso usare un termine più contenuto) il tuo stile, il tuo umorismo, il tuo stile espositivo, ogni cosa… ma con tali potenti premesse raramente rimango folgorata dalle tue scelte musicali (mi consolo pensando che spesso la stessa cosa succede a te con le mie di scelte). Anche perchè ormai dopo parecchie canzoni postate, credo di poter “riconoscere” un filone nella musica che ti piace, le canzoni sono tutte diverse ma per molti versi uguali. Io, nella mia totale ignoranza musicale, mi sento “impressionabile” da una maggior possibilità di brani. Ma riconosco il processo che porta a questo risultato, solo che per quanto mi riguarda lo applico in ambiti diversi come i films e i libri. Credo che questo processo non sia altro che la selezione che deriva dall’approfondimento della conoscenza e dalla specializzazione dei gusti. Da neofiti si è più disposti a cogliere il bello anche nel mediocre, un po’ come una persona che non sa ballare invidia la perizia della più scalcagnata copia di ballerini di liscio in una sagra di paese, mentre Carla Fracci per emozionarsi e apprezzare ha bisogno della perizia assoluta e non di quella relativa. Per cui, dicendo che la canzone non mi piace, in realtà non faccio un torto ad Alessandro, ma riconosco che probabilmente il mio palato non è ancora abbastanza allenato a riconoscere i gusti più sofisticati, mi piace ancora il pane e salame. E a breve probabilmente ve ne offrirò uno sfilatino 🙂

    • …ma come tutte tutte uguali (seppure diverse?).
      E dire che io invece pensavo di avere un raggio di ‘piacimento’ almeno a 180 gradi!
      Comunque, sì, riconosco che la combinazione per aprire la cassaforte del mio cuore musicale non è quella standard di fabbrica “1234” ma un filino più complessa e, anche se a volte lo lascio inavvertitamente aperto e ci entra l’inimmaginabile (non farò mai un post su questo perchè sono un vigliacco, ma la canzone di Povia “Vorrei avere il becco” è così bistrattata solo per la nomea dell’autore, ma – vai a leggerti il testo – è scritta in punta di penna e mi intenerisce da matti), di solito i requisiti di chi “passa” sono più o meno gli stessi, per cui ok, il 70% dei brani potrebbero essere forse parenti alla lontana.

      Ottimo comunque l’equilibrismo per farmi solo intuire che se fosse per te la canzone la utilizzeresti come antizanzare o scacciacani (il pezzo anche per te ha una certa utilità, quindi)

      Mi chiedo come potrò riscattarmi in futuro da questo ciclo di canzoni-fotocopia (qualora mi interessasse farlo) ora che una pulce grande come una casa l’avrai messa nell’orecchio dei nostri visitatori. Che mi sia già giocato le carte migliori?
      Piccolo psico-dramma che cercherò invano di superare. Ma è comunque utile sapere che, in caso di sindrome del foglio bianco, potrò tenere lo stesso brano cambiandone solo il titolo e l’autore (e l’opossum al posto del panda) e il nuovo post potrebbe essere già pronto. Magari prima del tuo!
      HA! 😉

    • No, scusa, non ho capito… io ho esposto una teoria non proprio da quattro soldi, e tu hai letto solo le parole “diverse ma per molti versi uguali”? Beh, allora la sfida è aperta: d’ora in avanti parlerò a monosillabi, come sai che posso fare…. e vedremo chi diventerà il capo del gruppo di Haiku.
      p.s. Vorrei avere il becco. Bella. Punto.

    • …è vero hai ragione. sul pane e salame non ho detto nulla e mi dispiace ma sono comunque d’accordo.

      E come non esserlo anche su Carla Fracci. Lei, così raffinata, precisa ed esigente.
      Pensa che, proprio sulla sua regalità tempo fa si discuteva tra amici e uno di loro – odlaniR nome in codice – giurava di aver sentito da fonte certa che in privato è un’accanita bestemmiatrice. E’ stato bellissimo crederci. Che risate.

      (temo che questa precisazione non sia così riparatrice come avrei voluto…)

  5. Valeria, è veramente avvilente accorgersi di non essere all’altezza, di non essere abbastanza bravi a fare qualcosa, o di non esserlo affatto.
    Io ci soffro tantissimo anche se mi tengo tutto dentro (non parlo e non scrivo).
    Ed è anche per questo che non credo persevererò nella mia intenzione di entrare nel gruppo di haiku (che poi, entrare era solo l’inizio del progetto, il fine ultimo era diventare il capo).
    Per cui cerca la prossima volta di non infierire così sul mio impegno su qualcosa, ne soffrirei troppo. 😉

    Ma ora parliamo di te.
    Riguardo alle tue sensazioni di non eccellenza, credo sia tutto alla luce del sole: si tratta di lasciare più spazio all’autoindulgenza (anche se, guardando e leggendo in giro….ce n’è a bizzeffe: spazio ce ne sarà ancora?).
    E’ vero però che, mentre a me ‘sta storia dei frammenti mi fa mostrare il fianco ogni volta, e mi tortura e mi punzecchia di continuo neanche fossi una bambola voodoo, forse tu sei un filino più ‘forte’ da questo punto di vista e, reagendo a diversi stimoli e partendo da un diverso punto di vista, capisco che forse ti debba più di me ri-tarare prima di valutare pezzo per farcelo entrare in un frammento.
    E che, mentre io nel metro cubo di questo blog mi sento un po’ in un ambiente ideale, tu invece magari saresti più a tuo agio contaminando di più l’idea iniziale e avendo più possibilità di spaziare.

    Sottolineando prima di tutto che finora il tuo apporto al blog è stato senza dubbio qualificante e adeguato (nonchè all’altezza), non vedo perchè i frammenti debbano essere solo musicali. Dirò di più: non credo dovrebbero esserlo per entrambi: in fondo l’idea ancora sopra ai frammenti è “che l’altro dica la sua senza peli sulla lingua” e che si spera sia spesso di altro parere.

    Proviamo a pensarci, magari l’altra metà dei frammenti sarà più la tua parte del negozio dove io potrò, spero almeno questo, riordinare le scaffalature o più probabilmente pulire le fughe del pavimento (se l’argomento sarà sui libri, non vedo alternative. Avrò opinioni monosillabiche. O forse sarà la mia consacrazione a maestro di haiku….. vedi? opportunità ovunque!!!).

    Stucchevole o no, che risate mi sono fatto leggendo il tuo commento di oggi. Sempre affilata la lama, eh?

    Per il tatuaggio sulla fronte, propongo “VALERIA”. Sai che risparmio evitare le presentazioni (“Ciao sono Valeria”). Attenta però alla pettinatura.

    E tra i frizzi e lazzi mi hai anche fatto togliere dalla lista quel film (Moon) che da tanto devo vedere (che poi, il regista è figlio di David Bowie, siamo sempre in zona). O con le tue rivelazioni posso vederlo lo stesso?

    a.

    • Duncan Jones è il figlio di David Bowie, e questa cosa sdoganerà la visione del suo film a casa tua più di un certificato di origine rilasciato dalla CCIAA. Sì (azz), ho rivelato troppo, ma è ancora poco per cui guardalo senza timore.
      Ti ringrazio per la porta (o la saracinesca) che mi apri sulle possibilità di intendere i frammenti, credo che la imboccherò cercando di non approfittarne troppo.
      Confermo che lo spazio per la mia autoindulgenza è stato usucapito da altri, per cui la vedo dura… Temo che la fatica di non vedermi sempre inadeguata ricadrà sempre sulle tue spalle 🙂 (e capisci adesso a cosa mi serva la scorta in freezer di cloni… che brutta persona che sono).

  6. Splendido frammento… ho amato tantissimo i Radiohead negli anni del liceo (cavolo, sono già passati 10 anni??? chi me li ha rubati???) insieme ai Depeche Mode, tanto per tenere il morale alto! 😉

  7. Alessandro, sono senza parole (il che, come noto, è solo l’introduzione di un diluvio verbale). Non per la canzone ancora, per i soliti motivi noti, per cui tornerò su queste scene a parlare di essa. Ma il post…. bello bello bello. Ora, il problema è questo: quante volte potrò scrivere che mi piace da morire tutto quello che dici e tutto quello che fai (forse l’unica cosa sulla quale non mi strappo le vesti è la musica che ascolti :-)) prima di diventare stucchevole? O meglio: da quanto è che sono diventata stucchevole? E ancora mi chiedo: mi importa di essere ritenuta stucchevole e ripetitiva? Forse mi importerà, ma dalla prossima volta (più facilmente no però).
    Per cui bello bravo bis: altro che pecora Dolly, bisognerebbe clonare te, e preparare un adeguato magazzino di cloni da scongelare al bisogno (vedi il film “Moon” di Duncan Jones).

    Quella sopra era la parte bella del mio commento. La parte brutta è che sto lavorando sulla lettera di dimissioni irrevocabili da questo blog. C’è veramente un limite al senso di inadeguatezza che posso sopportare: anch’io come te quando ti ponesti la domanda fatidica se l’ascolto della musica dovesse essere sempre un piacere, mi sto facendo una domanda. La domanda è: scrivere e leggere in un blog in comproprietà può risultare sempre essere una lezione salutare suI propri (invalicabili) limitii? La risposta in questo caso non può che essere un tragico NO! NO! NON PUO’ SEMPRE ANDARE COSI’. O meglio, può andare così (ed è così che in effetti va) ma io non lo voglio più sapere 🙂 Il mio nuovo motto sarà “quel che non sai non ti può far male” ed ecco risolto anche l’altro gravoso problema che mi affligge in questi ultimi tempi… ecco l’idea per il tatuaggio che mi farò imprimere sulla pelle (pensavo dell’avambraccio, ho capito adesso che l’unico posto possibile sarà sulla fronte).

    p.s.: unica pecca… il tuo impegno nella sintesi non è immediatamente percepibile

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