We are the pigs | Suede

Dopo i ‘nuovi e gioiosi metodi per deprimersi’  illustrati la settimana scorsa (Isotope | Savoy) oggi una scelta meno alienante, anche per allontanare l’eventuale immagine alessandro+vite sul cuore+avvitatore che qualcuno potrebbe ricavare dalle proposte musicali finora pubblicate.

Ecco quindi qualcosa di più easy ed ‘energetico’: un brano degli Suede, band inglese ‘fuori norma’ (almeno per i miei gusti dell’epoca) in cui inciampai anni fa cercando un cd da regalare ad un amico.
E’ bastato un frammento di canzone – non più di 15 secondi, giuro – ascoltato al negozio, e il cd l’avevo già in tasca.
A Bruno, l’amico a cui l’ho regalato e poi registrato – forse neanche in quest’ordine – non so se siano veramente mai piaciuti, ma se un buon regalo dev’essere prima di tutto utile ‘a qualcuno’, beh, questo lo è stato, eccome! HA!

Il brano è “We are the pigs” ed è a mio parere un esempio luminoso di pop trasversale: l’inciso è sognante, semplice ed efficace, cattura al primo ascolto e ha una cattiveria di fondo che mi intriga non poco e nobilita  la tanto bistrattata categoria ‘pop’, di cui il brano senza dubbio è figlio e degno rappresentante.

Confesso che negli anni un po’ me l’ero dimenticata ma ora, dopo averla riascoltata più volte, è bello notare che la fiamma non si è spenta: l’ho adorata fin da subito e ancora oggi è lo stesso.
Non c’è un punto particolare, questa volta, che abbia scatenato le mie emozioni; diciamo che – per non per non mettere in dubbio ANCHE  la teoria dei frammenti (non vorrei finire come Einstein con i neutrini) – per me questo pezzo è come una serie di frammenti che, uno dietro l’altro, vanno a segno.  Sempre.  Tutti.

La canzone è un po’ la matrice del sound decadente degli Suede, con parecchie influenze rock anni 70 (glam rock, Bowie in primis),  in cui troviamo tutti gli ingredienti della pop song da manuale (ma non di maniera, eh eh), dosati alla perfezione tanto da renderla in qualche modo ‘classica’ e furba ‘il giusto’ per essere attraente per diverse fasce di ‘ascoltatori’.

Come “non è vero”? E’ vero sì!
Esageriamo allora: immaginatela cantata da – per dire qualche nome senza pensarci – Susan Boyle, Bocelli o addirittura da Pavarotti, in quest’ultimo caso rivoltata/ante come un calzino [e su questo, vedi osservazione non richiesta in calce] .
Ci siete riusciti? Ebbene, non sarebbe comunque perfetta in quel contesto? Ditemi che non farebbe la felicità delle vostre nonne, delle radio che trasmettono derivati della “mazurca di periferia”, della filodiffusione nelle case di riposo!!

Lineare nella costruzione ma non scontata nella linea melodica – una scrittura forte e limpida, che pure unplugged funziona benissimo – “We are the pigs” è un gioiellino che viene deliberatamente sporcato e incattivito da una voce sbruffona e da un ‘lavoro di chitarra’ pazzesco, magnifico, incantevole (per coglierne tutte le sfumature ho cercato invano per anni una versione strumentale).
Senza dubbio (mio, of course) qui ci troviamo di fronte uno degli assoli leggendari degli anni 90 [punto di ascolto: tutti, ma se volete solo una nota, allora eccola qua 0:25-0:28]

Peccato che questo stato di grazia coincida anche con la fine del rapporto musicale/personale tra Brett Anderson e Bernard Butler, rispettivamente voce e chitarra, che i pezzi li componevano insieme. Pare abbiano litigato furiosamente durante le registrazioni dell’album (il loro secondo) le cui parti di chitarra furono completate dal nuovo chitarrista (un fan diciassettenne che compare anche nel video ufficiale di questa canzone…che tristezza) e non si siano più parlati per 10 anni, pur non ricordandosene il motivo, essendo – aggiungo io – strafattissimi all’epoca e probabilmente anche negli eoni successivi.

Il testo: che dire, non è certo ‘evenu shalom’, denso com’è di passaggi come “auto della polizia in fiamme, ti svegli con una pistola in bocca, il vento nucleare soffierà via i miei peccati” e altri trip borderline: probabilmente un resoconto di quotidianità del sobborgo di londra da cui proviene Anderson, che nel comporle, sono certo le immaginasse anche a colori…..

Osannati dalla critica non solo britannica – ricordo forti consensi e recensioni entusiastiche anche in Italia – entrambi i primi due album “Suede” e “Dog Man Star” valgono l’ascolto (a cui aggiungo la raccolta “Sci-fi lullabies”, raccolta di lati B dalla qualità sorprendente), ma è il primo che spacca, pieno zeppo di canzoni pop memorabili alla “we are the pigs”, che dei due lavori è l’anello di congiunzione e al tempo stesso ultima stazione prima del ‘salto dello squalo’ artistico del gruppo.

Il frammento del colpo di fulmine: assolo + inciso. E non ditemi che siete rimasti indifferenti.

Il brano completo:

Voto: 5 stelle

[osservazione non richiesta]  In Pavarotti (e Claudio Villa) ho sempre notato la tendenza, anche quando non strettamente richiesta dal repertorio, come dire…. a lasciare la sobrietà in accappatoio a Montecarlo, invece che portarsela appresso ai concerti.
Mi spiego: non è che si può cantare Toquinho allo stesso modo di Nessun dorma (Vincerooooò) con noi lì, capre acritiche, tutti a spellarci le mani.
Questo non si fa.
Non lo fa Gianni Morandi, non lo faccio io, per un pelo non lo fa neanche Al Bano. Non dovrebbe farlo nessuno.
E invece no, anche quando gli U2 gli dissero “Luciano, visto che dobbiamo farlo (beneficenza), abbiamo questa canzone molto intima in cui sappiamo che vuoi fare un cameo, ecco, canta queste tre note fighe”, lui d’ufficio ne aggiunse altre quattro perchè “anche io sono figo e poi le note sono sette e io le so cantare tutte”.
Il risultato è la celebre e ‘nelle intenzioni e nella sostanza’ bellissima Miss Sarajevo: per usare un’immagine comprensibile senza tanti giri di parole: un risotto al tartufo bianco di Alba servito in un ristorante 5 stelle in cui trovate un capello. Di Pavarotti.

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11 risposte a “We are the pigs | Suede

  1. Pingback: JEFF HEALEY BAND | While My Guitar Gently Weeps | Solo Frammenti

  2. Neanche per Still life è scoccata la scintilla, ma udite udite…. So young e Sadie mi sono piaciute moltissimo. Grazie ragazzi per avermi incuriosita sugli Suede

  3. Scusate se mi intrometto, ma ho il dovere di correggere due grosse inesattezze presenti nell’articolo:

    1) “Pare abbiano litigato furiosamente durante le registrazioni dell’album (il loro secondo) le cui parti di chitarra furono completate dal nuovo chitarrista”—> assolutamente falso, il nuovo chitarrista Richard Oakes fu ingaggiato solo a disco ultimato, e iniziò appunto a comparire nei videoclip girati successivamente. Le parti di chitarra furono completate dallo stesso Butler da solo (senza la presenza degli altri) in quanto contrattualmente obbligato. L’unica parte mancante era quella di “The Power” (di cui Butler aveva comunque registrato il demo) e fu suonata da un anonimo session-man.

    2) “essendo – aggiungo io – strafattissimi all’epoca e probabilmente anche negli eoni successivi.” —> Bernard Butler non era strafattissimo in quanto non era un abituale consumatore di droga come Brett Anderson.

    Spero di essere stato utile.

    • Grazie per le precisazioni Andrea. Utilissime, soprattutto quella sulle parti di chitarra del secondo album, su cui avrei potuto scommetterci una mano, tanto ero sicuro della mia versione.

      Ma tu del brano cosa pensi? Anche per te è uno dei loro migliori di sempre?

    • Alex, il brano sicuramente mi piace, e proviene da un album che sicuramente è fra i loro migliori, ma non lo metterei nella mia top10. In Dog Man Star invece c’è la mia preferita in assoluto che è Still Life.

  4. Ops… mi sono dimenticata di lasciare il commento! Però ho ascoltato, ascoltato molte volte. E non è partito nè il colpo di fulmine, al più un tiepido affetto . La canzone non è brutta (povera, ci mancherebbe) ma a me non dice un granchè. Alessandro ci ha raccontato che il testo della canzone è “forte” ma a me la canzone questo messaggio non lo fa passare. Non so, mi ricordano i Duran Duran, stessa incisività (cioè nessuna) Ho detto un’eresia? Beh, cari, fatevela passare, l’Inquisizione non esiste più. Mi piace molto però la voce del cantante, sbruffona come dice Alessandro, e anche qualcosa di più… insinuante, a tratti sgradevole, ma mai sbagliata. Voto 2 (cioè nessun brivido)

  5. Il “capello di Pavarotti” potrebbe diventare un’espressione idiomatica. Complimenti 🙂

    p.s. Al Bano lo fa, quel pelo non c’è.

  6. purtroppo sono priva di audio in questo momento e non posso commentare il frammento. Ma ci tenevo a dirvi che ho provato a dire “tre capre acritiche contro tre capre acritiche” e ci sono riuscita.

  7. I’m not the pig, I’m the goat. Devo ancora ascoltare tutto, e mi accingerò a farlo nei prossimi secondi. Volevo solo dire che l’osservazione non richiesta è la critica più elegante ed esilarante che io abbia letto negli ultimi anni. Ale, hai infierito sul mio nemico n° 1 come neanche io (stracolma da anni di giusta indignazione) avrei saputo fare. Clap clap clap

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