THE RESCUES | Can’t Stand the Rain

RescuesDopo lo splendido frammento che Valeria ha pubblicato un paio di settimane fa, ho cercato a lungo un brano che potesse rappresentare una proposta “all’altezza”. Il fatto è che, volendo, ci sarebbero un milione di pezzi da commentare e sviscerare, pezzi legati a momenti particolari della mia vita o anche solo sentiti per caso alla radio in una giornata qualunque, grandi classici della storia del rock e del pop o piccole misconosciute perle che avrebbero meritato maggiore fortuna. Però quello che non riuscivo a trovare era qualcosa che avesse un bell’effetto su di me “qui ed ora”, che rispecchiasse il mio umore di questo periodo, qualcosa che mi facesse scorrere un brivido lungo la schiena, mi desse un po’ di pelle d’oca sull’avambraccio, e in sostanza mi facesse venire voglia, appena terminato di ascoltarlo, di rimetterlo da capo e risentirlo due, tre, quattro volte…

Poi, quasi più per fortuna che per altro, mi è capitato di riascoltare un album di un paio di anni fa di un gruppo indie di Los Angeles che si chiama “The Rescues” e del quale avevo praticamente dimenticato l’esistenza. Si tratta di un quartetto (due donne e due uomini) abbastanza particolare: tutti e quattro (Kyler England, Rob Giles, Adrianne Gonzalez e Gabriel Mann, i loro nomi) avevano una precedente carriera come cantautori solisti nel circuito dei locali californiani, poi nel 2008 hanno deciso di unirsi in questo gruppo all’interno del quale tutti partecipano alla composizione dei pezzi, cantano e suonano a turno diversi strumenti, dando vita a brani con armonizzazioni a 4 voci decisamente interessanti.

E qui apro una piccola parentesi: da sempre per me l’aspetto preminente in un brano di musica leggera è quello vocale, per cui ho sempre preferito cantanti, donne o uomini che siano, particolarmente dotati (Mina o Francesco Renga per fare un paio di nomi italiani) e gruppi nei quali più componenti partecipassero o si alternassero nella parte cantata dei pezzi (ad esempio i Beatles, i Fleetwood Mac, gli Eagles o i Manhattan Transfer per citare alcuni fra i più famosi), piuttosto che virtuosi di qualche strumento (solitamente la chitarra) che, per quanto bravissimi, non sono mai stati in grado di appassionarmi più di tanto (e già intuisco un mormorio di disapprovazione fra voi patiti di Jimi Hendrix e Eric Clapton). Ovvio quindi che questo ensamble avesse attirato a suo tempo il mio interesse…

Dopo essermi goduto l’ascolto di “Let Loose the Horses”, loro secondo album del 2010, sono andato a cercarmi anche il primo “Crazy Ever After” (2008) e il recente “Blah Blah Love and War” (2012) [come forse qualcuno fra voi già saprà il mio piccolo disturbo ossessivo-compulsivo non poteva permettermi altra soluzione che questa], scoprendo un bel po’ di pezzi che meriterebbero di essere ascoltati (cosa che vi consiglio caldamente di fare). Fra l’altro, se seguirete il mio suggerimento, potrà sembrervi di averne già sentito qualcuno da qualche parte, questo perché diversi dei loro brani sono stati utilizzati in episodi di alcune serie televisive (One Tree Hill, Private Practice, Pretty Little Liars e Grey’s Anatomy). Inoltre mi sono visionato alcune loro esibizioni live su YouTube nelle quali è possibile apprezzare la versatilità nel suonare a turno i differenti strumenti (in particolare Rob Giles passa senza problemi dal basso alla batteria e alle tastiere, mentre Kyler England alterna ukulele, chitarra e basso).

Fra tutti, però, il pezzo da “brividi e pelle d’oca” (almeno per quanto mi riguarda) è “Can’t Stand the Rain” tratto proprio da “Let Loose the Horses”, che era anche la canzone che mi aveva portato a scoprirli a suo tempo su The SixtyOne. Il brano si apre sulle note di un carillon su cui si inseriscono gradualmente le parti vocali e gli strumenti per poi arrivare alla partenza rock vera e propria della prima strofa cantata da Gabriel Mann con conseguente ritornello. Ma ecco che a sorpresa segue subito un inciso con ritmo, melodia e arrangiamento differenti cantato dalla sola Kyler England. Poi seconda strofa con ritornello e di nuovo l’inciso, ma questa volta a più voci e più ricco nell’arrangiamento. Infine piccolo bridge strumentale e terzo ritornello con finale a sfumare che richiama l’inizio del pezzo. Il frammento scelto (che si merita almeno 4 stelle) è il primo inciso, ovvero quello che va dal minuto 1:36 al minuto 2:02, che però funziona molto bene soprattutto nel contrasto con quanto viene prima e dopo, per cui il mio suggerimento è quello di ascoltare e godere tutto il pezzo nella sua interezza e con le sue molteplici sfaccettature. In aggiunta a quanto detto fino ad ora mi permetto di consigliarvi anche la visione del video, a mio giudizio molto carino.

Il frammento

Il link al brano completo

Insomma, che altro aggiungere? Come dicevo all’inizio, ci sarebbero un milione di pezzi da commentare e sviscerare, ma oggi è semplicemente una di quelle tante giornate in cui avrei unicamente bisogno che la smettesse di piovermi addosso…

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11 risposte a “THE RESCUES | Can’t Stand the Rain

  1. Chiedo scusa, arrivo con più di 24 (eleganti) ore di ritardo a commentare il frammento, che è una boccata di aria fresca dopo una settimana di stenti “musicali”. Ma soprassediamo pure su questa mia clausura forzata – che forse sarà il primo capitolo del mio nuovo post, ancora da scrivere, la cui lettura potrei scommettere che non sarà consigliabile ai malati terminali nè a chi non ha la rotella sul mouse – e andiamo direttamente al pezzo.

    Ma da dove saltano fuori questi? Ma dico, chi li ha nascosti per tutto questo tempo? Invidiosi cantanti afoni? Produttori musicali incapaci? La globalizzazione che “non globalizza”?

    Ho letto la recensione tutta d’un fiato perchè già mi sentivo sulla tua lunghezza d’onda e anche del pezzo (che non avevo ascoltato). Diciamo che i Fleetwood mac non mi danno i brividi come a te, ma gli altri che citi ben di più ed è (la cura per le armonie vocali) una cosa che non solo mi fa venire più di un brivido sulla schiena ma è anche un potentissimo generatore di emozioni che può salvare un pezzo indecente e trasformarlo in gioia per le orecchie (ricordo – rieccoci al momento della rievocazione della mia formazione cattolica – canti a una sola voce cessosissimi e LETALI seppur eseguiti bene e la loro trasformazione in delizie sonore quando “fatti come si deve” armonizzando “come Dio comanda”…visto che si era in casa sua).

    Dopo l’ascolto del frammento (fatto tre volte:celestiale, meraviglioso, atmosfera incantata) sono passato al brano intero e la sensazione è stata confermata in pieno.

    Qui siamo tutti della stessa opinione, no?
    Anche per me, come per Valeria, era dagli “of monsters and men” che non ascoltavo più volte un pezzo e me lo portavo in auto (solo che per i monsters, non era quello proposto dal frammento, ma altri dall’album).
    Anzi, per farla sempre lunga ma non quanto credete, ho già ascoltato quasi tutto l’album, stamattina andando al lavoro.
    E mi piace, mi piace proprio, a partire dal secondo brano (il primo, chissà perchè non funziona) “Start A Riot” che mi ha letteralmente stregato: potente, bello, strofa perfetta, ritornello “da macchina e autostrada” con echi di “Africa dei Toto”.
    “Can’t stand the rain” è bella uguale: ho l’impressione di averla già sentita chissà quando, mi suona in qualche modo familiare ma di sicuro senza la rece non l’avrei recuperata.
    Un brano così per me è una festa, con così tante cose da ascoltare, sempre almeno un filino sorprendenti per le variazioni sugli accordi, l’arrangiamento tra il primo verso e il secondo. Mi ha preso così tanto che pur avendo guardato il video in contemporanea non ricordo di preciso “cosa succede” e non saprei raccontarlo (c’è uno che fa il giocoliere? forse).

    Anyway, bello tornare da una specie di rehab musicale e trovare i “Rescues” che dicono che la pioggia fa schifo (e la neve, vogliamo parlarne? due aerei cancellati e una giornata passata in aeroporto) e lo fanno così bene e in una spledida giornata di sole come questa che non posso proprio star lì a contare le stelle come fossero gli spiccioli del resto.
    Quindi ne metto cinque, ma se potessi, sarebbero sei.

    Amen.

    • Intanto devo dire che è molto bello vedere che anche questa volta siamo tutti della stessa opinione, al punto che qualcuno potrebbe persino pensare che ci si metta d’accordo prima… quindi comincio subito con l’evidenziare l’unico punto su cui dissento da ciò che hai scritto: Let Loose the Horses, primo brano dell’album omonimo, quello che precede “Start a Riot” (e qui concordo sul rimando ad Africa dei Toto) a me piace parecchio 🙂

      A parte gli scherzi, non so davvero perché un paio di anni fa non mi fossi innamorato subito di questi signori dopo averli scoperti e li abbia invece abbandonati in un cantuccio della memoria fino alla scorsa settimana, ma sta di fatto che adesso li sto ascoltando in maniera “intensiva” e mi permetto di consigliarti caldamente anche l’album del 2012 che è molto bello (tanto adesso con Spotify non dovresti avere problemi a trovarlo).

      Ciò a cui proprio non riesco ancora ad abituarmi e scoprire di continuo quanta gente veramente dotata ci sia in circolazione e ciò nonostante praticamente sconosciuta alla maggioranza delle persone: proprio l’altro ieri ero a pranzo con alcuni colleghi ed abbiamo visto i primi manifesti del concerto di Lana Del Rey del 3 maggio e solo uno fra loro aveva una vaga idea di chi fosse… e stiamo parlando di gente fra i 30 e i 40 anni e con una certa cultura musicale.

      Insomma, meno male che SoloFrammenti consente di allargare un po’ i propri orizzonti: tu mi hai fatto conoscere Lana, Valeria gli Of Monsters and Men ed ora io ho ricambiato con i The Rescues… adesso sta di nuovo a te! (e pazienza se per farlo mi costringerai a fare uso intensivo della rotella del mio mouse)

    • …Preciso il significato di ‘non funziona’ sulla prima canzone dell’album: proprio non funziona, non suona, non va, file corrotto. Non l’ho ancora ascoltata quindi. E sapevo che sarebbe stata ottima (ho una mia teoria sui ‘posti’ delle canzoni negli album), quindi non sto nella pelle.
      Ecco, siamo ora di nuovo amici 😉

    • Hai ragione Ale, ma cosa stiamo lì a lesinare sulle stelle neanche ce ne avessero date un centinaio il giorno del battesimo e dovessimo campare duemila anni! Anch’io 5 stelle, to’ … e con le 4 di ieri arriviamo a dieci.
      La canzone è BELLISSIMA, mi piace tutta tutta dall’inizio alla fine, la voce maschile è particolare e intrigante, una canzone da cui avrei potuto tirare fuori almeno tre frammenti senza battere ciglio.
      Marco, batti il cinque, hai fatto una cosa bella (e buona e giusta).
      Nella speranza di trovare qualcosa di altrettanto bello, mi riprometto con più forza che in passato di ascoltarli ascoltari ascoltarli.

    • @Alex: non avevo capito un bel niente… pensavo che il tuo “non funziona” fosse riferito all’aspetto musicale. Ovviamente amici 🙂
      Però adesso sono molto curioso sulla tua teoria relativa ai “posti” delle canzoni…

      @Valeria: non per mettere in dubbio le tue doti di contabile, ma 5 stelle oggi + 4 stelle ieri = 10 ?!? 😀
      Comunque il 5 lo batto volentierissimo…
      E sulla voce di Gabriel Mann concordo, ma il bello e che tutti e 4 hanno voci con le quali potrebbero permettersi di fare i solisti.
      Per una dimostrazione e per un altro bel po’ di pelle d’oca consiglio l’ascolto (e la visione) di questo:

    • Marco, getta pure tutto il fango che vuoi sulle mie doti di contabile, ma se mai fosse servita una dimostrazione sulla mia stanchezza l’ho data a reti riunite 🙂

    • Come avevo detto, fraintendendo il discorso di Alex, anche a me piace parecchio Let Loose the Horses… ma al momento ai vertici della mia classifica personale si sta insediando Never Let You Go (tratta da Blah Blah Love and War) senza però ancora riuscire a scalzare Can’t Stand the Rain

  2. Primo commento in velocità, giusto per rassicurarti sulla mia permanenza da vivente sul pianeta Terra: era dal post Gods & Monsters che non ascoltavo così tante volte di fila una canzone… Mi piace da morire, e sono già pentita delle 4 stelle. Fosse anche solo per oggi, 5 stelle la canzone le merita eccome.
    Ottima canzone, e così adatta… I can’t stand the rain too anche se … anche se … come dice Fabrizio De Andrè “c’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo”. Per cui “non se ne può più” ma anche “per fortuna che c’è”, tanto per mettere nero su bianco la confusione che mi attanaglia da troppo tempo.
    Grazie per la pelle d’oca sull’avambraccio.

    • Sono molto contento che il pezzo ti piaccia quanto è piaciuto a me (praticamente è da venerdì che lo riascolto più volte al giorno) e ti posso dire che ci sono parecchi altri brani di questi The Rescues che meritano davvero.
      Non so se sei già riuscita a vedere il video, ma, nel caso, io in questi giorni, dal punto di vista lavorativo, sarei stato un protagonista perfetto da aggiungere agli altri 3 personaggi. E sotto questo aspetto, di quel tipo di “pioggia” farei veramente a meno…

  3. Pingback: Playlist #008 | La versione di Johnson

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